22 ottobre 2021

De Crecchio, le opere più significative dell'epoca fascista: la Casa del Ragno, la Baldesio, la chiesa di Sant'Ambrogio, il Palazzo dell'Arte

L'architetto Michele de Crecchio (insegnante, urbanista e più volte assessore a Cremona) tenne il 5 aprile del 2006 una interessante conversazione all'Hotel Impero, invitato dalla locale sezione dell'Inner Wheel. In un'oretta si trovò a sintetizzare un secolo di attività architettonica cremonese. Riflessioni quanto mai attuali, vista la discussione in corso sulla qualità di alcune progettazioni cremonesi di questi ultimi anni. Cremonasera, autorizzata dall'autore, ripropone quell'intervento dividendolo in tre parti. "Ho ritenuto di poter svolgere il mio compito limitandomi a segnalare alcune opere tra le poche, a mio giudizio, veramente meritevoli di ricordo che l'architettura del XX secolo abbia prodotto a Cremona. - dice de Crecchio -  Dopo di avere spiegato perché tralasciavo il periodo Liberty, periodo culturalmente ancora troppo vicino ad una concezione più tradizionale dell'architettura che appare nella generalità del XX secolo ormai definitivamente superata da possibilità tecnologiche e da sensibilità espressive radicalmente diverse, ho proceduto suddividendo convenzionalmente la trattazione in tre periodi: "l'epoca fascista, il secondo dopoguerra e la contemporaneità".

EPOCA FASCISTA

Dovendo indicare il meglio prodotto in tale epoca ho spiegato di non avere ritenuto degna di menzione nessuna delle opere edilizie, pur così ingombranti e numerose, che un noto gerarca cremonese, progettista prediletto dal regime di allora, era riuscito a realizzare, con l'aiuto di vari e spesso validi collaboratori, sconvolgendo tuttavia irreparabilmente l'assetto del centro cittadino.

Mi sono limitato, pertanto, a presentare solo quattro opere, a mio parere assai più significative sotto il profilo qualitativo, opere tutte in certo qual modo anomale rispetto alle direttive del regime di allora, anche se riconducibili ad esperienze ed orientamenti culturali molto diversi tra di loro.

Nella “Casa del Ragno”, di viale Po, opera firmata nel 1929 dall'ing. Maggi, ma in realtà progettata in modo anticonformista dallo scultore Adamo Anselmi per abitazione della figlia Giocasta, si può riconoscere un raro, affascinante ed inquietante insieme, esempio di sensibilità espressionista, rimasto praticamente senza seguito in Italia. Tale singolare costruzione, dai caratteristici muri inclinati a scarpa, pur essendo già da tempo ben nota ai cremonesi, è stata oggetto di un efficace servizio fotografico di Antonio Leoni apparso sul giornale telematico “Il Vascello”.

Quel servizio, oltre a rivelarne gli splendidi interni, ha anche correttamente evidenziato la stretta correlazione dell'opera con certa cultura figurativa mitteleuropea.

Nella radiosa sede della “Canottieri Baldesio”, opera dell'architetto comunale Aldo Ranzi, si realizza una originalissima rivisitazione neofuturista delle utopie di Sant'Elia. Volumi puri, accentuazione dei segni orizzontali ed uso dei colori primari (oggi mortificati da qualche recente intervento poco ri- spettoso) ne esaltano l'aspetto dinamico.

L'opera si segnala probabilmente come la migliore tra numerose altre opere allora realizzate di analoga tematica fluviale, tra le  quali merita di essere ricordato per eccellenza anche l'edificio delle “Colonie Padane”, disegnato nello studio dell'ing. Gaudenzi.

La Chiesa di Sant'Ambrogio, dell'architetto milanese Giovanni Muzio, appassionato autore di costruzioni francescane, è un pregevole esempio di quella tendenza “novecentista” che cercava di adattare le forme classiche al purismo razionalista.

A tale chiesa si sarebbe dovuto accostare un gigantesco campanile che, per la megalomania del regime fascista, avrebbe dovuto superare in altezza il Torrazzo, segnalandosi come baricentro della nuova città che il Piano Regolatore dell'epoca intendeva costruire oltre la ferrovia. Per fortuna non si trovarono mai i quattrini per realizzare una tale sciocchezza. Si tratta di una architettura non facile da apprezzare, a prima vista eccessivamente monu- mentale, mortificata da completamenti inadeguati.

Il Palazzo dell'Arte, opera dell'architetto napoletano Carlo Cocchia, appare come una singolare architettura “mediterranea” tesa a mediare il linguaggio razionalista con evidenti richiami alla domus romana ed ai capitelli egizi, nonché con più originali richiami alla antica tradizione popolare di esporre alle finestre, durante le processioni, i migliori tappeti di famiglia. In questo il razionalismo dell'autore sembra presagire le sens bilità organiche e neorealiste del dopoguerra. Interessantissimi sono anche gli interni.

Cocchia, che era stato consigliato a Farinacci da un gerarca napoletano, ottenne di sostenere il servizio militare a Cremona e seguì così direttamente la realizzazione del proprio progetto che verrà ultimato solo a guerra finita. Sulla destra della facciata principale, in basso, sono rimaste le prove di come avrebbe dovuto completarsi il paramento

Cocchia sarà nel dopoguerra, al Politecnico di Milano, amatissimo maestro di molti di coloro che diventeranno i più qualificati architetti milanesi de- gli anni settanta e ottanta (Rossi, Aulenti, Canella, Gregotti ecc.).  (1-segue)

Michele de Crecchio


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commenti


Agostino Melega

25 ottobre 2021 10:35

E' un racconto affascinante!!!