18 febbraio 2021

Rinasce la centrale idrica. Da Padania Acque 2 milioni: sarà nodo della distribuzione e monumento di archeologia industriale

Due milioni di investimento su uno dei luoghi simbolo di Cremona: la centrale idrica di via Realdo Colombo. Padania Acque ha intenzione di farne il nodo centrale di distribuzione dell'acqua all'interno del centro storico di Cremona, utilizzando anche la torrazza del palazzo comunale. Ma nei prossimi anni, una volta adeguati gli aspetti più strettamente tecnologici, l'intenzione è di quelle di valorizzare questo ambiente ricco di testimonianze di archeologia industriale facendone una vera a propria sede di rappresentanza dove la gestione dell'acqua sarà testimoniata anche nelle sue evidenze storiche.

Nel frattempo, essendo ormai scaduti i termini del contratto, dovrà trovare una diversa collocazione il deposito di materiali del Museo del Violino, attualmente allocato in una parte dell'immobile. La location non è casuale: nella centrale di via Realdo Colombo vi sono ancora alcuni manufatti risalenti alle origini dell’acquedotto, la cui idea risale al 1892 quando il professor Omboni, che allora ricopriva la carica di assessore alla Sanità, propose la costruzione di un pozzo profondo la bellezza di 233 metri, senza peraltro ottenere alcun risultato positivo.

Erano gli anni in cui sia in Italia che all’estero, si affacciava la convinzione che l’acqua potabile dovesse derivare dal sottosuolo e non fatta giungere in città dalle montagne, per cui anche a Cremona venne riproposta l’idea di terebrare pozzi in falda, non a 233 metri ma più in alto, a soli 40 metri di profondità. Il pozzo venne scavato nel cortile delle scuole elementari Realdo Colombo, nel punto, cioè, più depresso della città. Si provò anche a cercare l’acqua più a nord, a venti metri di profondità senza risultati apprezzabili, ma l’ingegner Lanfranchi nel 1903 concluse che a Cremona esistevano almeno tre falde a venti metri nella zona a nord, a quaranta metri nella zona a valle e a cento metri di profondità sia a sud che a nord.

Nel frattempo il dottor Giovanni Grasselli riuscì a dimostrare, in base a dati chimici e batteriologici, che l’acqua di falda posta a quaranta metri era “assolutamente protetta da elementi inquinanti ed ottima dal punto di vista igienico”, anche se prima di essere immessa in rete doveva essere depurata dai componenti solforati e dai sali ferrosi. Come si vede il problema della presenza di sostanze indesiderate era comune anche in quegli anni. Tant’è vero che nel 1905 il dottor Attilio Signori, assessore comunale, accogliendo le proposte fatte dall’Ufficio d’igiene, autorizzò una serie di esperimenti per eliminare nel modo più pratico il ferro ed composti gassosi solforati dall’acqua.

Ma quando già si stava passando all’attuazione dell’opera progettata, il costruttore dell’antico pozzo a 233 metri fece presente che era stata trovata un’acqua buonissima a cento metri di profondità, che non presentava assolutamente tracce di ferro. Una volta scavato il pezzo, si constatò però che l’acqua era addirittura meno buona di quella pescata a 40 metri. Passarono altri due anni senza che si venisse a capo di una soluzione fino a quando l’Ufficio d’Igiene comunicò che si doveva approfondire anche la questione relativa alla scelta degli apparecchi in uso per la depurazione dell’acqua.

Gli amministratori andarono fino in Germania per visitare i diversi acquedotti ed i risultati delle loro visite furono pubblicati in una memoria dell’ingegner Remo Lanfranchi del 31 luglio 1907. L’Ufficio Tecnico e l’Ufficio di Igiene si trovarono d’accordo nel ricorrere all’utilizzo dei filtri Bollmann. Su queste indicazioni venne elaborato un nuovo progetto che fu approvato dal consiglio comunale all’unanimità il 18 luglio 1908. I lavori iniziarono immediatamente, proseguendo durante l’intero corso del 1909, così da inaugurare l’impianto nell’ottobre del 1910. L’officina, costruita in via Realdo Colombo, è ancora quella che vediamo oggi. 

Fabrizio Loffi


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commenti


Michele de Crecchio

19 febbraio 2021 21:58

Ottimo il resoconto delle procedure che portarono alla costruzione del primo importante acquedotto cittadino. Peccato solo che non riferisca il nome del progettista del pregevole edificio che fu realizzato in stile liberty per ospitarne i relativi macchinari.