11 agosto 2021

Crema, il "Cristo del Torrazzo" cinquant'anni dopo

A vederla da lontano, in una prospettiva macrostorica, Crema (con il suo territorio) appare un’enclave moderata quando, a volte, non francamente reazionaria. Si presenta infatti legata ai valori della Restaurazione nel primo Ottocento, impregnata di cultura clericale, sostanzialmente estranea ai fermenti sociali che agitavano, nell’Ottocento e nel primo Novecento, le vicine province di Cremona e di Mantova, in sintonia con il partito moderato e clericale della Democrazia Cristiana nel secondo dopoguerra. Eppure, ad una prospettiva più ravvicinata, una simile generalizzazione non convince, Opposizioni, e fermenti alternativi non mancarono, per quanto minoritari: anche Crema fece le sue giornate antiaustriache, sulla scorta delle Cinque milanesi, inviò volontari nella spedizione garibaldina, pubblicò nella seconda metà dell’Ottocento un giornale radicale e fieramente anticlericale (“Il Democratico”), conobbe una crescita significativa di partiti di sinistra, come il Partito Socialista e quello Comunista fino agli anni della loro crisi.

Alla luce di questi fermenti “alternativi”, si può comprendere la grande fioritura di gruppi e di organizzazioni che, se non sempre si dichiaravano emanazione dei fermenti ribellistici del Sessantotto, certo ne furono grandemente influenzati, in uno scambio reciproco di speranze utopistiche, obiettivi politici a lungo termine, slogans: lo spirito dell’epoca, insomma. Paradossalmente, ma non troppo, il nascere e il diffondersi della contestazione venne agevolato, almeno a Crema, dalla solida base culturale cattolica della popolazione: molte istanze di rinnovamento conobbero probabilmente una lontana origine nel Concilio Vaticano II, e del resto tanti leaders della contestazione e molti gruppi che ad essa si richiamavano, ebbero la loro culla e la loro formazione in oratorio e nell’Azione Cattolica.

Non è sicuramente questo il luogo per discutere del Sessantotto, che del resto non conoscerà mai un giudizio condiviso e pacificato: se ne può fare in modo impeccabile e rigoroso la storia, senza però risparmiare ironie e sottolinearne le contraddizioni (come ha fatto di recente in uno dei migliori saggi sull’argomento Pietro Martini, in “Insula Fulcheria”, 2020), o si può ritenere, come il sottoscritto, che il Sessantotto sia stato una crisi di crescita (nel complesso salutare) all’interno di una nazione, l’Italia e di un territorio, il Cremasco, tanto irrigiditi in un’immobilità forzata e tanto atrofizzati nelle loro istituzioni e persino nei rapporti di ceto, da non potere più essere tollerabili (e chi ne vuole sapere di più sull’argomento, può leggere Il paese sbagliato di Guido Crainz, una radiografia impietosa, ma ben documentata, di com’era il paese Italia). E forse non è tutta colpa della contestazione se molti di quei semi non diedero frutto e andarono dispersi.

Di certo i contestatori avevano delle idee ( o, meglio, degli ideali), degli obiettivi e un sostrato culturale che li sosteneva. Ne è la prova, secondo me, un articolo pubblicato nel 1971, sul periodico degli insegnanti “democratici” (e perciò largamente favorevoli alla contestazione) “Scuola perché” (direttore responsabile Piero Carelli), Si tratta de Il Cristo del Torrazzo (attribuibile con molta probabilità a Margherita Marmiroli, testimone e martire della contestazione cremasca), che si meritò anche una denuncia per “vilipendio della religione di stato”. La denuncia, va detto, si rivelò molto ingenua e priva di costrutto (infatti non ebbe seguito), e forse rivelò anche lo smarrimento di chi la fece, tuttavia non appare a rigori priva di senso. Lo scritto esprimeva infatti in maniera esplicita, e in una forma giornalisticamente molto efficace, uno dei cavalli di battaglia polemici della contestazione (nella fattispecie, appunto, cattolica). L’obiettivo contro cui ci si scagliava era il settimanale di Crema (“democristiano e non cattolico”, come suonava uno slogan pungente) “Il Nuovo Torrazzo”, attaccato per il suo ipocrita schierarsi a favore dei valori della società capitalistica dominante, e l’adesione ad una cultura moderata e perbenista, che non aveva nessun legame con lo spirito rivoluzionario del Vangelo.

L’invenzione sarcastica, alla Jonathan Swift, consisteva nel fatto che si desse la parola, per tutta la durata dell’articolo, al Cristo del “Torrazzo”, un “doppio” di quello storico, ispiratore del Vangelo, rappresentato come un folle, un miserabile, un rivoluzionario ispiratore di disordini che si era ben meritato, in fondo, la sorte che aveva ricevuto. L’inizio dell’articolo è folgorante: “Dichiaro una volta per sempre che siamo due: io e quel mio omonimo, che si è fatto fregare, da quel pazzoide che era, duemila anni fa. Era, come ripeto, un poco di buono. Stava con le puttane e in genere con i rifiuti della società. Era ribelle contro l’ordine costituito, contro i preti, contro la morale. Alla fine, al processo, ha anche bestemmiato. Mi dispiace per lui, ma quella fine se la meritava”.

Le parole sono dirette ed esplicite, nella loro crudezza; ma ancor più duro ed offensivo per chi lo riceve (e si tratta, non dimentichiamolo, di cattolici professanti) è l’impianto polemico su cui l’articolo è costruito: il Cristo che sta parlando (quello del “Torrazzo”) riproduce in realtà il punto di vista di coloro che, duemila anni prima, avevano condannato il vero Cristo alla croce. Per contro, le parole di quello “falso” fanno risaltare il profilo del Gesù autentico, che coincide poi con quello che i contestatori avevano in mente: un dio dei bassifondi, vicino agli “ultimi”, nemico del potere e della Chiesa istituzionale, ostile al perbenismo.

Proprio per la vis polemica e la nettezza con cui viene delineata l’ideologia dell’”altra Chiesa” (come suonava una famosa autodefinizione), l’articolo assumeva un’importanza particolare, anche per il suo indiscutibile valore letterario. Risulta facile ironizzare sulle pretese radicali dei cattolici in aperta ribellione con l’istituzione a cui di fatto si richiamavano. Eppure, l’autocritica di una parte, almeno, del clero, la problematizzazione nelle questioni riguardanti la fede e la libertà di coscienza, il rapporto più libero e meno condizionato da pregiudizi e divieti con i laici, il protagonismo di questi ultimi, risultano conquiste che sono giunte a maturazione dopo la scossa violenta del “dissensò cattolico”, negato prima e poi silenziosamente acquisito, come è avvenuto tante volte nella storia della Chiesa. E si tratta di uno dei frutti culturali della contestazione.

 

Vittorio Dornetti


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