8 gennaio 2022

Il patrimonio musicale della città è morto. Qualcuno prenda il timone per nuove avventure

Da due giorni il cielo cremonese si è snebbiato regalandoci pennellate di azzurro foriere di buoni auspici per l’anno nuovo.

Uguale schiarita vorremmo augurarci per il panorama musicale della città, in questo terzo inverno all’insegna delle restrizioni dovute alla pandemia. Ma perché questo avvenga la partita che si gioca sullo scacchiere cittadino dovrebbe includere nuovi attori, o quantomeno dare conto di importanti cambi di strategia. 

Il teatro si è rimesso in moto e per gli appassionati di spettacolo è stato predisposto un bellissimo cartellone ricco di appuntamenti di rilievo, ma quali misure sono state programmate e attivate da chi di cultura si occupa per conto delle istituzioni, per sostenere e rivitalizzare sul territorio un settore così duramente colpito?

La musica è un’arte che si dispiega nel tempo, ma troppo spesso ci si dimentica di una seconda coordinata altrettanto importante perché l’evento musicale sia possibile. Nel disfacimento della geografia urbana di Cremona - questa lebbra che lentamente corrode la città dal suo interno - gli spazi per la musica e lo spettacolo in tutte le sue forme si assottigliano fino a quasi dissolversi. Per incuria? Per mancanza di fondi? Il tempo delle domande è quasi scaduto… 

Parliamo di spazi attrezzati e dedicati, quelli che di norma accolgono ensemble e gruppi di musicisti, sia classici che pop nella sua accezione più vasta, liberi professionisti, giovani talenti emergenti, orchestre grandi e piccole. Se escludiamo il teatro Ponchielli e l’auditorium Arvedi, che giustamente sono riservati agli eventi programmati dagli enti che se ne occupano, la morìa è plateale: non sono più disponibili la sala Borsa, la sala Rodi in Santa Maria della Pietà, palazzo Cittanova, solo per citarne alcuni; luoghi che erano ‘prestati’ alla musica ma adempievano in qualche modo alla necessità costante di spazi da parte degli attori della scena musicale.

Adesso non sono più disponibili, e altri spazi, come ad esempio il teatro Monteverdi, il teatro dei Filodrammatici o l’ex chiesa di San Vitale, che potrebbero compensare tale mancanza, non sono valorizzati e utilizzati come potrebbero con una programmazione e progettazione culturale dedicata.

Perché alcuni spazi sono chiusi con scadenza sine die?  Chi ne risponde? Perché non si affronta con una task force (gli anglismi regalano immediatamente una parvenza di efficienza) il problema della mancanza di spazi? Ogni iniziativa che non venga dai soliti canali istituzionali - gli addetti ai lavori sanno di cosa stiamo parlando - si infrange contro questa barriera invisibile ma inespugnabile. 

È normale che la situazione sia così desolante in quella che si fregia di essere la “città della musica”? 

E altrettanto inutile sembra rimarcare  un fatto che da decenni viene denunciato da chi si occupa di musica sul territorio ed è stato giustamente ricordato di recente sulla carta stampata dai fratelli Moruzzi, vanto e orgoglio internazionale della città: Cremona dovrebbe avere un’orchestra cittadina, composta da professionisti locali  ma non solo, che garantisca un’offerta musicale continuativa di un certo livello, al di là degli eventi “all star” proposti dalle sale più importanti che attirano certamente spettatori ma non contribuiscono a costruire un humus culturale duraturo sul territorio e un’identità riconoscibile di Cremona al di fuori dei suoi confini. 

Sono ormai un pallido ricordo i fasti della Camerata di Cremona, nata nel 1960 grazie a un illuminato mecenate, che nel secolo scorso vivacizzava la scena musicale cremonese e teneva alto il nome di Cremona con tournée e concerti nazionali e internazionali.

Ci sentiremo rispondere che il problema è come al solito economico, ma questo paravento mostra la sua fragilità: gli obiettivi si raggiungono se sono sostenuti da ragioni forti e costruite su solide basi, ma se nella fase progettuale dei percorsi culturali continuano a prevalere le ragioni della corsa all’evento una tantum, finalizzato alla pubblicità e al lancio in prima pagina, costruito su meccanismi da clickbaiting, è evidente che tutto cambia perché nulla cambi davvero. 

E in questo gattopardesco pantano l’unica musica che possa deliziare le nostre orecchie rimane il motivetto anni ’60 storpiato nell’idioma locale, sintomo eclatante del fatto che il provincialismo spadroneggia ed è specchio fedele delle logiche di mercato che con imbarazzante miopia informano le iniziative messe in campo. 

Il patrimonio musicale della città è morto, in una lenta involuzione che affonda le sue ragioni nell’abbandono e nel disinteresse di chi avrebbe dovuto custodirlo, e fa male constatare come il futuro non disegni prospettive incoraggianti. 

Nihil sub sole novum, ma sotto questo insperato sole invernale ci piacerebbe che qualcuno prendesse il timone di nuove avventure, consapevole che un’inversione di rotta è possibile, lavorando in rete e in una logica di condivisione e di collaborazione dal basso per una rinascita musicale della città.

musicista

Angela Alessi


© RIPRODUZIONE RISERVATA




commenti


Dino

8 gennaio 2022 13:35

"Sono ormai un pallido ricordo i fasti della Camerata di Cremona, nata nel 1960 grazie a un illuminato mecenate, che nel secolo scorso vivacizzava la scena musicale cremonese e teneva alto il nome di Cremona con tournée e concerti nazionali e internazionali."
Ma per favore!! Li è proprio nato la decadenza. Non solo a Cremona ma nell italia tutta. Garelli se pur volenteroso era legato ad uno schema decadente ottocentesco. All estero si faceva ben altro grazie a seri studiosi. Ora ci ritroviamo a qualche Macbetto o traviata di ultima categoria alla mercé di registi e direttori improvvisati. Valuti la storia nella sua interezza

michele de crecchio

9 gennaio 2022 21:15

Molto chiaro, ben scritto e del tutto condivisibile l'intervento di Angela Alessi, che non conosco di persona, ma solo di (ottima) fama. Ho apprezzato in particolare il ricordo di quell'illuminato, quanto riservato, mecenate, del quale, anche in altri campi di interesse generale, ebbi modo di apprezzare intelligenza e sensibilità.
Di contro, forse anche per mia personale inadeguata preparazione, poco ho compreso dell'intervento del signor Dino..
Sono Michele de Crecchio e non uso pseudonimi.